Momenti di vita
Il credo di una famiglia.
La mia era una famiglia all’antica, simile a quella di tanti altri che sono figli del mio stesso tempo. Non poteva essere diversamente. Mio padre era nato alla fine del secolo scorso , quando c’era ancora il lume a petrolio, i suoi fratelli si mettevano in strada che era ancora notte, per arrivare all’alba in campagna e piegarsi sulla terra degli altri. Mio padre ha avuto sette figli, mio nonno ne ebbe sedici, forse per moltiplicare la speranza di vederne riuscire almeno uno. Mio nonno aveva addestrato i figli all’obbedienza e al silenzio, mio padre non conobbe altre lezioni. Quando qualcuno di noi ragazzi, a tavola, cercava di prendere la parola lui lo interrompeva e , guardandolo dritto negli occhi, lo interrogava gelido:” Hai qualcosa particolarmente interessante da dire?”.Non fu difficile imparare a tacere.
Fin quando siamo stati ragazzi, mio padre sceglieva per noi i libri da leggere e voleva che ciascuno, a turno, un paio di volte al mese, riferisse a tutti gli altri su quelle letture. Nei giorni di Natale avevamo quelle che oggi sarebbero curiose usanze: dicevamo tutti insieme la novena innanzi al presepe e, per Santo Stefano, via via che i figli si facevano grandi, a turno guadagnavamo il privilegio di comporre un lungo discorso, una sorta di messaggio di fine d’anno, dove c’era il bilancio di soddisfazioni e tristezze della famiglia e una nota costante di fiducia in Dio e nel prossimo. Più o meno nell’ordine , mio padre ci insegnò a credere anche: alla bontà, alla giustizia, alla dignità, alla lealtà, alla solidarietà umana, al merito sicuramente premiato, alla vittoria degli onesti , all’umiltà e al sacrificio….Forse morì col dubbio che le cose, fuori dalla famiglia, andassero un po’ diversamente, ma di sicuro lo accompagnò la certezza che comunque non avrebbe più potuto porvi rimedio.
Mio nonno ebbe quattro figli morti in guerra, mio padre, per fortuna o per mancanza di occasioni, non sollecitò in noi altrettanto eroismo. Un giorno, però, avevo sei anni ed ero tornato a casa piangendo per le botte prese combattendo per strada, mi tirò da parte conducendomi in camera sua. Mi asciugò gli occhi e disse. “ Ricordati, tu non devi mai piangere, perché i mie figli non dovranno mai fare compassione a nessuno. Non piangere mai, o almeno, non ti fare mai scorgere”. Non fummo mai capaci di trasgredire. Ricordo gli sguardi della gente che mi osservava mentre andavo appresso al suo funerale ma io ero ormai incapace di svelare quanto mi stava accadendo dentro. Quando mio padre morì, non gli avevo ancora parlato, anche se ormai ero pronto a farlo. Non ne ebbi il tempo, o forse temevo di non essere ancora riuscito a mettere insieme cose particolarmente interessanti da dirgli. Lui si spense quasi senza farsene accorgere, come se anche quella fosse roba da grandi.
Talvolta, quando racconto queste cose, mi pare di assomigliare a un residuo preistorico. Ne parlo comunque senza orgoglio o rammarico, perché questa era la mia famiglia. Credo che, almeno nel ricordo, l’idea della mia famiglia e di tutto ciò che mi ha lasciato, continui ad incombere su di me, anche se ormai da un pezzo me ne sono fatta una anch’io. Mi capita spesso di dire “ la mia famiglia “ , e ne arrossisco subito dopo, perché il pensiero mi riporta subito all’altra , quasi fossi rimasto sempre un figlio in perenne attesa di riuscire a parlare a suo padre. Poi un giorno, come prima o poi succede a tutti, non mi è stato più concesso di esserlo. Prima lui, poi mia madre, se ne sono andati, e io ho cessato di essere figlio, quasi all’improvviso mi avessero amputato le radici. Credo che accada la stessa cosa a tanti della mia generazione che hanno scoperto da un pezzo la consapevolezza di un ruolo che si fa ogni giorno più difficile. Mio padre si era formato nella civiltà del lume a petrolio, mio figlio appartiene a quella dei cristalli liquidi. In mezzo, a tenere insieme la memoria del passato e la predisposizione al futuro, insomma, l’Ottocento e il Duemila , i capi lontani di una corda spezzata, ci siamo noi, con le nostre braccia indolenzite. Incapaci talvolta di capire il presente, un secolo intero, nel quale a qualcuno è mancato il tempo di addestrarsi a vivere.
(1975, Da “ L’uomo della Notte")
Memorie di Natale
Quando ero piccolo il mio era un Natale diverso da quelli di oggi ma non diverso da quello di tutti gli altri bambini. Perché erano altri tempi e tutti noi eravamo diversi. Quando ero piccolo, nei giorni di Natale, in casa nostra si ripetevano quelle che oggi sarebbero considerate curiose usanze. Innanzitutto, sera dopo sera, si diceva tutti insieme la novena, raccolti davanti al presepe, naturalmente fatto a mano, con carta da pacchi modellata per sagomare montagne e grotte e spruzzata di calce a significare la neve. Ricordo che uno dei miei fratelli, certamente il più irrequieto, dopo averle staccate, scambiava le teste di alcuni personaggi del presepe sostituendole in modo improprio e grottesco e incollandole con qualche goccia di cera. Poi, ad un certo punto, il calore della stanza, sommato a quello delle candele strategicamente collocate accanto alle statuine dei “ pastori” già decollati, faceva sciogliere la cera e le teste sostituite rotolavano sul muschio come nei giorni della rivoluzione francese. In quei momenti mia madre tentava di tenere a freno le nostre risa sollevando il tono della voce mentre attaccava le litanie e la sequela di “mater castissima e mater inviolata “ che ancora oggi ricordo in successione perfetta. La notte della vigilia, infine, si interrompeva la tombola in tempo per l’ultimo rosario e l’ultimo dei nostri riti natalizi. Tutti in fila, quindi, con candela accesa in mano, amici e parenti compresi, si andava in processione, salmodiando di stanza in stanza, dietro al più piccolo dei miei fratelli che faceva strada con la statuetta del Bambinello stretta al petto. Quanto all’albero, il più grande dei miei fratelli se lo procurava scavalcando la cancellata di un giardino abbandonato e tagliando uno dei rami più alti di un pino fronzuto. Anni fa, tornando a Palermo, volli andare a visitare quel giardino, rimasto terra di nessuno. Riconobbi quell’albero immenso e vi ritrovai lungo il tronco i segni dei rami tagliati, un anno dopo l’altro, e mi parvero cicatrici rimaste a marchiare i ricordi.Nei dieci giorni che precedevano la fine dell’anno in casa si approntavano recite. Copioni semplici, con l’immancabile esaltazione di nobili sentimenti. Ci esibivamo su una pedana nella stanza da studio, dove le coperte di seta, appuntate a una canna tra due pareti, facevano sipario. Piovevano gli applausi sulla sconfitta del cattivo, l’amore dei figli ritrovato, la concordia tornata tra due sposi dopo un “ ingiusto sospetto”, e la compagnia veniva festeggiata, dai membri di una famiglia che non si era ancora persi i pezzi ( a proposito dove sono finiti zii e cugini ? ) e dagli amici, talvolta inquilini dello stesso stabile che avremmo recuperato alcuni anni più tardi quando, ormai esaurite le recite, sarebbero tornati a riaffacciarsi alle nove in punto del giovedì, in tempo per “ Lascia o Raddoppia”. Nei giorni di Natale, uno dei figli che nel corso dell’anno si era conquistato tale privilegio, a tavola dava lettura di un lungo discorso, una sorta di messaggio di fine d’anno, dove c’era il bilancio di soddisfazioni e tristezze della famiglia e una nota costante di fiducia in Dio e nel prossimo. Questo era lo spirito del tempo. Le cose, certamente, sono cambiate parecchio da allora. Non so se al di fuori dei conventi si reciti ancora la novena ma so che chi volesse il presepe o l’albero, naturalmente in dimensioni ridotte e in plastica, per non sporcare casa, non ha che da rivolgersi all’Upim. In compenso abbiamo imparato a sostituirci ai Re Magi e per evitare dispersioni i regali ci limitiamo a farceli tra noi. Quanto alla mangiatoia da un pezzo il termine ha suggerito come ricordarla in modo più consono ai tempi e alle nostre attitudini. Insomma, ci siamo ormai consegnati a un Natale pagano, divisi tra grande abbuffate e doni, il più delle volte inutili e quasi sempre insinceri. E mentre ci riempiamo la pancia con battaglioni di trigliceridi e lipidi, dando l’ultimo assalto al colesterolo, dobbiamo fare qualche sforzo per evitare di chiederci perché, una volta all’anno, ci ostiniamo a fare tutto ciò in nome e in compagnia di parenti che per altri 364 giorni avevamo trascurato e dai quali ci siamo sentiti spesso dimenticati. Di conseguenza, se non riusciremo a restituirgli un significato un po’ più sincero, e almeno una parte di quella religiosità che ormai da tempo gli abbiamo negato, prima o poi bisognerà abolirlo il Natale. Al punto in cui stanno le cose nemmeno il Bambino Gesù se la prenderebbe a male. Temo, però, che sarebbe un’impresa impossibile. Ce lo impedirebbero sicuramente il TAR, i sindacati, schierati in difesa dei soliti posti di lavoro ( Babbo Natale compreso ) , le associazioni studentesche ( in nome di vacanze ormai irrinunciabili), venditori di giocattoli, pasticcieri, chissà quante altre legioni di bottegai e commercianti e persino i divi della TV che dovrebbero rinunciare a raccontarci dove andranno a passare le feste. Non ci tocca quindi che rassegnarci e tornare a scambiarci gli auguri.
( 1980, Da “ La notte dei Misteri ")
La nascita del figlio.
Come molti di voi sanno da oltre un mese è nato mio figlio. Il giorno dopo averne parlato un’ascoltatrice mi scrisse chiedendomi cosa significasse per me essere diventato padre. Ho aspettato qualche settimana prima di rispondere , perché non volevo dare una risposta affrettata, non volevo limitarmi ad un’espressione personale di soddisfazione o di gioia, ma cercavo una risposta che in qualche modo potesse avere un significato più ampio. Adesso, però, credo che quel momento sia arrivato. A quell’ascoltatrice, quindi, prima di riferire sulla mia esperienza, vorrei fare una breve premessa. Vede, signora, io ho ricevuto un’educazione molto severa dai miei genitori e ho sempre pensato che avrei dovuto comportarmi allo stesso modo se avessi avuto un figlio. Tutto ciò è durato fino al momento in cui lui è nato. La prima volta che l’ho sentito piangere, quindi, nel mezzo della notte, ho fermato mia moglie che stava andando da lui per la seconda o la terza volta e mi sono imposto senza difficoltà il ruolo di duro. “Aspetta, le ho detto, vedrai che tra poco smette…E poi il dottore ha detto che non bisogna avere paura di farlo piangere perché poi gli si irrobustiscono i polmoni”. Mia moglie si lasciò convincere. Forse aiutata dalla stanchezza, attese, restando seduta sul letto, e nostro figlio di lì a poco smise.Un paio di notti dopo lo sentimmo piangere ancora. Mia moglie, che aveva appena finito di dargli il biberon, si girò verso di me, borbottando qualcosa, ancora una volta combattuta tra la stanchezza e il desiderio di andare dal figlio. Tutti e due, però, ancora una volta, rimanemmo con le orecchie tese , aspettando di sentirlo acquietare. Ma lui non smetteva e in quel momento, quello che all’inizio mi era parso uno strillo imperioso, uno strillo quasi al limite dell’arroganza, come succede spesso nei neonati quando sembrano affermare in modo prepotente il loro diritto alla vita, di colpo si era trasformato in pianto sottile che andava facendosi sempre più solitario e disperato. Allora mi alzai, andai da mio figlio e lo presi in braccio, aspettando che si calmasse. E intanto gli parlavo. Lui finalmente parve rassicurato, si calmò e sorrise, con un’espressione che non era affatto arrogante, ma serenamente disarmata e disarmante, spalancando gli occhi, mentre i miei tendevano a chiudersi nel sonno. Vidi comunque il suo sguardo fiducioso e pensai” Forse un giorno, quando sarai più grande e io non ci sarò più, ti succederà di piangere o urlare, sperando di essere ascoltato. Qualche volta, però, ti troverai a farlo da solo, e in quel momento ti toccherà imparare che non sempre c’è qualcuno disposto ad accorrere; ma fin quando noi resteremo in vita, stai tranquillo, tua madre ed io arriveremo sempre, non ti lasceremo da solo a piangere”. E quella , fu subito qualcosa di più di una promessa.
( 1975, da “ L’Uomo della Notte“)
My Life
Ho visto un film, My Life, interpretato da Micheal Keaton. Racconta la storia di un uomo che scopre all’improvviso di essere malato di cancro e da quel momento, poiché sua moglie è in attesa del loro primo figlio, comincia a registrare di nascosto una serie di videocassette nelle quali trasferisce tutto quello che avrebbe voluto dire a suo figlio, vedendolo crescere, via via lungo le tappe della vita. Poi lui morirà, suo figlio verrà al mondo e sua moglie, in una delle ultime sequenze del film, dopo avere infilato una di quelle cassette in un videoregistratore, dirà al bambino:” Quello è tuo padre” mentre sullo schermo compare il volto di Micheal Keaton che narra una favola al figlio. Parlo di questo film perché, al di là della storia che racconta, ci fa riflettere sulla nostra responsabilità, il nostro diritto, la nostra voglia di lasciare un messaggio, una parola , un discorso, un gesto che potrà appartenere domani alla memoria dei nostri figli, o di una perdona cara, e che dia vita a un ricordo che meriti di essere conservato.
Quanti di noi, però, si pongono il problema, un tempo ineludibile, di lasciare qualcosa di se stessi, che non sia un oggetto, ai figli? Ci sono migliaia di cose che potremmo insegnare a nostro figlio, o semplicemente ricordargli, se solo trovassimo il modo e la voglia di parlargli quando si è ancora in tempo ad essere ascoltati, per lasciargli almeno la memoria di un patrimonio comune di valori ( quando ci sono ) che forse potrebbero aiutarlo a capire, su che cosa, nel bene e nel male, noi abbiamo costruito la nostra vita e su che cosa, un giorno, egli potrebbe trovarsi a confrontare la sua. Ci sono tanti discorsi che potremmo fargli , per i giorni in cui potrebbe esser tentato di ricorrere al consiglio e al buon senso di chi gli ha voluto bene e che ormai non può più parlargli, magari quando la vita gli darà la sensazione di volerlo travolgere e lui potrebbe non avere nessuno accanto. Ci sono tante cose che potremmo dirgli e tante occasioni in cui potremmo parlargli, se solo sapessimo che dire, se solo ci fossimo conquistati per tempo, con la credibilità necessaria, anche il diritto di essere ascoltati. Ma spesso, molti non si sforzano nemmeno di farlo, accendono la televisione e lasciano parlare gli altri.
Ebbene, dopo quel film anch’io, pur non soffrendo di alcuna malattia, ho pensato al momento in cui dovrò andarmene, fantasticando sulla possibilità di registrare tante videocassette, in ciascuna delle quali avrei potuto fissare un’immagine, un discorso per i suoi giorni futuri, non soltanto quelli felici ma anche e soprattutto quelli in cui forse, più che in qualsiasi altro momento, potrà avere bisogno delle parole di suo padre. Ho riflettuto molto su questa ipotesi e alla fine mi sono convinto che vi dovrò rinunciare. O dovrei incidere troppe cassette, e non sarebbero mai troppe per accompagnarlo nelle diverse circostanze della vita, o non me ne servirà nessuna, perché io e lui in questi anni abbiamo messo insieme tanti ricordi e mio figlio Dario potrà ritrovarli quando vorrà e se ne avrà voglia, insieme al senso della mia vita, che è tutto quanto gli lascio.
( 1995, Da “ La Notte dei Misteri “ )
Le bugie di un cronista
Quando ero ragazzo sognavo di diventare scrittore e di lasciare Palermo. Intanto mi esercitavo tentando di praticare il mestiere di giornalista e scrivevo le prime corrispondenze per i giornali del “ continente”, naturalmente su vicende di cronaca nera, le uniche, sin da allora, capaci di proiettare la Sicilia sulla grande ribalta nazionale. Anche a quei tempi, infatti, a Palermo si moriva facile e i morti ammazzati giungevano a tale livello di inflazione che talvolta, sulla stampa locale, finivano addirittura “ in colonna” , sicchè, per evitare che le mie corrispondenze scadessero nelle pagine provinciali dei giornali del nord, avevo imparato a industriarmi per ricavare dai giacimenti mafiosi una materia quanto più possibile esaltante. Con un po’ di buona volontà trasformavo squallidi personaggi in sinistri eroi, banditi da quattro soldi in spietati boss, modesti taglieggiamenti in spietate applicazioni della legge del racket, dove la parola d’ordine, pagare o morire, pareva fatta apposta per la locandina di un film. Molti di noi, giovanissimi cronisti e non, fecero carriera scoprendo l’inglese, i film di Bogart e i romanzi dell’87esimo Distretto, coniando seduta stante, con tartufeschi accorgimenti , quasi a suggerire il titolo del “ pezzo”, soprannomi più adatti a Canal Street e al Bronx che non a Corso dei Mille e a Brancaccio.
Serafina Battaglia, ci diceva di voler vendicare il figlio ucciso, fu battezzata “ la vedova con la P.38”, altri personaggi, rapidamente ricostruiti sui modelli d’oltre Atlantico, divennero “ Angel Face” ( quando l’età lo consentiva ) oppure “ Three fingers” ( qualunque fosse il numero delle dita mancanti ) e “ Gun Man” ( se si trattava di un sicario lesto a imbracciare la “ lupara” ). Naturalmente la qualifica di killer non fu mai negata a nessuno.
Il successo fu superiore ad ogni aspettativa. Non solo persino i diretti interessati impararono a seguire con orgoglio e partecipazione i nostri resoconti, ma addirittura, per non creare squilibri nel confronto, molti di noi furono costretti a inventarsi più di un eroe sul fronte opposto, trasformando sornioni poliziotti in sagaci “ Maigret” cresciuti alla scuola dei duri. Era tale il clamore dei nostri resoconti che sempre più frequentemente Palermo rigurgitava di inviati speciali spediti sul fronte mafioso per regalare ai lettori del nord qualche pennellata di colore in più.
Una volta a Palermo, però, quei disgraziati non ci mettevano molto scoprire la verità ma piuttosto che ridimensionare miti e boss finivano per caricare le nostre storie di tinte ancora più suggestive e azzardate. Forse per non sembrare da meno di un corrispondente siciliano o perché sapevano cosa ci si aspettasse esattamente dai loro articoli. Sono passati tantissimi anni da quelle cronache fortunate che favorirono il mio trasferimento a Roma e la nascita di BACIAMO LE MANI, il mio primo romanzo. Oggi guardo la televisione, dove almeno una volta a settimana viene annunciata la cattura di un” superlatitante” che da almeno dieci anni se ne stava tranquillamente a casa sua, vedo rozze figure di criminali che francamente non riuscirebbero ad amministrare nemmeno un condominio e poi scopro che inviati, che dovrebbero avere già esaurito tutto il repertorio, continuano a parlare di “ padrini” “ papi” e “ senatori” “ primule rosse” e “ Capi dei capi”, esattamente come facemmo noi ragazzini quando imparammo a barattare la verità per un biglietto di sola andata per il continente. Insomma, se non fosse che finalmente si comincia a parlare di “ entità” insospettabili, raffinate e perbene, mi resterebbe il sospetto che, quasi quarant’anni dopo, il bluff continua.
( 1994, Da “ La Notte dei Misteri” )
Il distacco
Mio figlio ha appena fatto la maturità e fra qualche mese lascerà la nostra casa e se ne andrà a vivere negli Stati Uniti per frequentare il college. Se ne starà via quattro anni e poi, chissà…e io già comincio a pensare a quel distacco che di giorno in giorno diventerà più vicino e mi chiedo come possano convivere in un solo animo tanta felicità e tanta tristezza.
Qualcuno potrebbe pensare che io sia dispiaciuto all’idea che mio figlio se ne vada via così presto e in un posto che non è esattamente a due passi da casa. No, non sono affatto dispiaciuto. Sono soltanto immalinconito ma al tempo stesso sono orgogliosamente, tristemente felice per una scelta coraggiosa che comunque ammiro in lui perché, se penso a questi anni insieme, a ciò che lascia e a ciò che lo aspetterà, intuisco che anche lui pagherà un prezzo non indifferente. Insomma, in questo momento, mi sembra di percorrere una striscia sottile d’ombra ma so che sparirà dopo uno sprazzo di sole, leggendo in faccia a mio figlio la sua gioia, ritrovando la consapevolezza di ciò che ho sempre saputo. E io l’ho sempre saputo che i nostri figli non ci appartengono. Essi appartengono solo a se stessi e al proprio futuro, noi invece siamo il passato, o il presente, al massimo. Noi, come dice il poeta, siamo soltanto l’arco che scocca la freccia.
Mi chiedo, però, che curioso destino è il nostro. Penso ai miei nonni , che videro partire mio padre per andare a cercare fortuna un po’ più lontano da casa, penso a lui, mio padre, quando fui io a lasciarlo, per venire a fare il giornalista a Roma, e adesso scopro che è arrivato il mio turno. Tocca a me staccarmi da mio figlio che vuole andare ancora più lontano, dove spera a sua volta di spingersi un po’ più innanzi nella vita. Penso a tutto ciò e mi convinco che si nasce emigranti, e forse lo si resta sempre, di generazione in generazione, senza rimedio.
Vi ho già detto che mio padre era un uomo buono ma burbero e , come molti timidi, ha sempre conservato il pudore dei propri sentimenti. Non mi parlava molto, ma io sapevo che aveva una grande considerazione di me, come degli altri suoi figli. Eppure, ricordo che quella volta che corsi da lui, mostrandogli il giornale dove c’era stampato il mio primo racconto, lo lesse in silenzio, poi sollevò lo sguardo in una lunga pausa. Io ero appena uscito dal liceo, ero emozionato e felice, e anche gli occhi di mio padre brillavano di contentezza. Invece lui disse soltanto:” Potresti fare di meglio”, e io non riuscii a dire una sola parola e mi rifugiai nella mia stanza, per non farmi vedere a piangere.
Quando mio padre se ne andò io ero ancora un ragazzo e non avevo fatto ancora in tempo a mostrargli che potevo fare di meglio. Da allora mi è rimasto il vuoto di quel lungo silenzio che non mi è più riuscito di riempire. Così mi sono sforzato di non commettere lo stesso errore con Dario, mio figlio. Non l’ho indotto a cercare di intuire i miei sentimenti, o quel consenso che, se esiste, deve sempre risultare palese, quando si cerca un incoraggiamento o un sostegno. Quando si è trattato di mio figlio, in questi anni, ho sempre cercato di dirgli chiaro e tondo come la pensavo tutte le volte che lo disapprovavo o ero orgoglioso di lui. Allo stesso modo non mi sono mai nascosto nel silenzio tutte le volte che volevo dirgli che gli voglio bene. Più o meno, come sto cercando di fare in questo momento.
( 1993, da “ La Notte dei Misteri “ )
Come una cotoletta.
Io vengo da una famiglia numerosa e sono cresciuto nei giorni della guerra. Erano tempi difficili per tutti ma mio padre pensava che lo fossero sempre un po’ di più per gli altri, così quando la sera si faceva ora di cena e gli amici non accennavano ad andarsene, lui si rivolgeva a mia madre e le chiedeva: “ Perché non metti la tovaglia?”, quasi si fosse trattato di porre rimedio a una dimenticanza o a un dovere. Ricordo una sera l’espressione smarrita di mamma innanzi a tanti ospiti: forse pensava che , non avendolo fatto prima, per non amareggiargli l’esistenza, non sarebbe mai riuscita a spiegargli quanto fosse difficile talvolta inventarsi la cena! Ricordo che quando la più grande delle mie sorelle si fidanzò cominciarono giorni di apprensione, perché la roba era poca in tavola e mia madre non avrebbe mai voluto sfigurare. Nino era un giovane medico che poi mia sorella avrebbe sposato e la sera arrivava tardi dall’ospedale a cavallo della sua motoretta, e forse riteneva legittimo il fermarsi a cena poiché appariva quasi sempre restio ad andarsene. Così spesso lo raggiungeva il sospirato invito a restare. Noi eravamo in otto a tavola e lui sarebbe stato il nono. Fu per questo che imparai a contare le cotolette in tavola e a fingere talvolta di preferire una zuppa di latte perché potessero bastare per tutti. Non volevo che fosse sempre mia madre ad inventarsi un improvviso peso sullo stomaco per rimediare ad una inattesa sortita di mio padre e far quadrare i conti. E’ quindi evidente perché lo facessi: per non creare imbarazzo in tavola e perché mi appariva naturale, fin da allora, che anche l’esercizio di ciò che si ritiene un diritto debba essere sempre accompagnato dalla certezza che questo non produca danno ad alcuno. E poichè da sempre mi era stato insegnato che quando c'è da fare un piccolo sacrificio non è necessario mettersi in fila, avevo imparato che bisogna avere il coraggio di farsi avanti senza aspettare che siano gli altri a muoversi.
Bene, è passato tanto tempo da allora, io forse sarò rimasto un fossile ma credo anche che le cose siano cambiate parecchio intorno a me. Credo che siano sempre meno coloro che si pongono il problema se afferrare o meno l’ottava cotoletta. Oggi ciascuno cerca di prendere ciò che desidera e spesso lo fa calpestando con la propria violenza, che ritiene legittima, quelli che sono i diritti e le aspettative altrui. Voi, però, vi starete chiedendo perché proprio stanotte abbia deciso di raccontarvi questa storia e di propinarvi le mie considerazioni. Mi è venuta in mente pensando all’ennesimo episodio di stupro che questa volta riguarda la violenza di un gruppetto di ragazzetti “ perbene” a Civitavecchia. C’è una battuta particolarmente significativa che a mio avviso offre la chiave di lettura di questo episodio. Uno dei ragazzi, infatti, all’improvviso è sbottato davanti al magistrato:” ma si può sapere che male ho fatto?”
In fondo lui semplicemente desiderava quella ragazzina e poco importava quelle che fossero le sue reazioni. Era desiderabile, pareva disponibile e l’ha presa. Che male ha fatto, quindi? Ha allungato le mani e ha afferrato quella che credeva la sua cotoletta.
( 1993, Da “ La Notte dei Misteri “)












